scrivono di Free Hands


MALABI_BLUE SKY

sapevo che malabi ama le stesse musiche che da decenni io ascolto…
maurizio baiata
giornalista
Quando si ha bisogno di una pratica di rilassamento e ci si affida alla musica, si pò incorrere in un errore, che quei suoni non stimolino soltanto le tue membra e la tua anima, ma ti conducano per mano in un viaggio che non ti aspetti.
Sapevo che Malabi ama le stesse musiche che da decenni io ascolto, ma non sino al punto di averne appreso almeno i rudimenti e averne colto un versante compositivo che fosse personale. Per questo, sin dal primo brano di “Free Hands", ti accorgi che non si tratta di mero minimalismo orientato all'uso di una punteggiatura che possa, attraverso la ripetizione e l'ipnosi che ne deriva, creare una tessitura magnetica alla quale se ti va ti abbandoni, o altrimenti spegni il lettore Cd.
Come ti indica l'immagine sulla cover, la composizione invece un po' svolge la stessa funzione di chi ti impone le mani per guarirti dai mali che il mondo di oggi ti affligge. L'effetto si ottiene ascoltando l'album in una sequenza che non ha soluzioni di continuità, né altalene che ti fanno andare su e giù giocando a palla col tuo cervello, no no.
Ogni minuto di ascolto vale, anche alla fine, quando tutto rimane sospeso e ti dici, beh, poteva andare avanti ancora una buona mezz’ora e non mi sarebbe affatto dispiaciuto.
Il senso più bello l'ho colto in quelle tracce nelle quali l'atmosfera si fa più maestosa, ma sempre idilliaca, evocativa di quella dimensione sonora che prediligo, quella che non è più il pianismo... il pianismo... il pianismo... ma qualcosa sulle cui note si viene ad associare una discesa nell'inconscio che davvero sorprende e hai bisogno di posizionare il "prodotto" accanto a Riley, sì, ma non troppo distante da Schulze.
Il disco scorre senza un attimo di monotonia, assecondando un movimento lento ma implacabile…
maurizio becker
giornalista

Maurizio Malabruzzi lo conobbi ormai una quindicina d’anni fa in un contest musicale ideato da Claudio Rocchi (a proposito, ma quanto fu bella e diversa quella esperienza?). Da allora l’ho sempre tenuto d’occhio perché è una di quelle persone che rimpiangi di non aver avuto occasione e modo di approfondire. Perché Maurizio è un uomo pieno di talenti.
Ricordo ancora le sue jeep songs, i filmati che postava quando usciva di casa all’alba per raggiungere gli studi della RAI dove lavorava, attraversava in auto una città ancora addormentata e silenziosa. Le musiche che sceglieva per sonorizzare quelle immagini erano sempre giuste e toccavano qualche misteriosa corda interiore.
Lo stesso forte gusto cinematico lo trovo adesso nei 57 minuti e 32 secondi di FREE HANDS, un disco in cui Maurizio, o meglio Malabi, fa tutto da solo, con l’aiuto di piano elettrico, sintetizzatori, ritmiche programmate ed effetti vari.
Una musica notturna, sfuggente, pensata, suonata e prodotta anzitutto per se stessi, frutto di lunghi anni di ascolto di tutto (canzone, rock, jazz, avanguardia).
Il disco scorre senza un attimo di monotonia, assecondando un movimento lento ma implacabile, una sceneggiatura sonora che immagino perfezionata attraverso mille ripensamenti e tentativi.
“Belpiano” e “I dream the keys” sono le tracce a cui torno più spesso ma, da bravo boomer sentimentale, mi sciolgo sul finale di “A la recherche de LT”, dove un fulmineo omaggio a Luigi Tenco mi commuove fino alle lacrime.
Un disco importante questo, da ascoltare con calma e tempo da dedicargli.
gianpaolo castaldo
giornalista

Free Hands, come titolava (al singolare però) un vecchio, splendido album dei Gentle Giant.
In effetti, da vicino Maurizio Malabruzzi ha le fattezze di un gigante gentile, ma quando poi poggia le mani sulle tastiere il suono che produce è delicato e avvolgente.
Un disco importante questo, da ascoltare con calma e tempo da dedicargli. Non puoi "usarlo" come sottofondo mentre fai altro, gli devi stare dietro, seguirlo, perché ha un suo percorso.
Fa il paio con un altro mio ascolto di questi giorni, il terzo dei Soft Machine, con il quale condivide l'attitudine alla sperimentazione. A volte riesce persino a "portarmi" coi suoi disegni immaginifici, ci ho trovato dentro gli Epsilon Indi e i Solar Lodge.
Ve lo consiglio, assolutamente.
Dentro, il suono appena entrato a folate, si spande e riscalda, come fumo nei giorni di pioggia, che profuma di viaggio e salsedine e porta lontano in una vaga sensazione di nuvole che si rincorrono senza meta...
federico bartuli
regista & viaggiatore

...intanto ci sono pareti di tronchi, scuriti dal tempo, tutt'intorno interrotte da rade finestre a riquadri di legno e cristalli, velati di ragnatele dentro e sabbia all’esterno.
Poi ci sono fessure, fra i legni antichi, dalle quali si vede un fuori indistinto, ad altezze variabili, dal basso all'alto, a seconda dell'età dell'occhio di chi ci spia attraverso... ed é da lì, da quel vento che filtra dalle sconnessioni, che arrivano i suoni ad arrossare di lacrime quell'occhio curioso velando ogni tentativo di focalizzazione che più ci si ostina più il velo si fa impenetrabile.
E intanto si cresce e si spera in un'assenza di vento…
Dentro, il suono appena entrato a folate, si spande e riscalda, come fumo nei giorni di pioggia, che profuma di viaggio e salsedine e porta lontano in una vaga sensazione di nuvole che si rincorrono senza meta... ora calme e metamorfiche, ora di tempesta, bella da guardare mentre flagella i vetri con rumore... allora si capisce che la scommessa, per tutti quegli anni, è stata di non usare le mani per guardare, per restare in equilibrio e non cadere o per salvarsi, ma lasciarsi andare al Volo, come in una danza irlandese... e alla fine, poi, si potrà dire ancora e ancora "vedrai, vedrai... vedrai che cambierà, non so dirti come e quando ma vedrai che cambierà..." ...mentre il Suono, passando dal camino, si spande ovunque e lieve, da dentro qualsiasi brezza trovi fuori…
complimenti tanti a te, il "Trovatore" e ad Antimo, "il Dipintore"..! Bravi. Davvero!